giovedì 31 gennaio 2013

capitalism as schizophrenia

The p.s.'s destabilised and precarious life is an example of the capitalism as schizophrenia concept devised by Gilles Deleuze and Felix Guattari and reinterpreted by Rosi Braidotti. Capitalism is affected by "the schizoid paradox of the compulsive consumerism of mass culture (...), making 'I shop therefore I am' the leading refrain of our times" (Braidotti, 2006: 3). The p.s. suffers from a schizoid paradox rooted in her work life which is divided between her role as temp prof at an Italian University and waitress in a bar. This deterritorializes her identity and empties, in a way, the meaning of both jobs.

Rosi Braidotti, Transpositions - On Nomadic Ethics (Cambridge: Polity Press, 2006).

La vita destabilizzata e precaria della p.s. è un esempio del concetto di capitalismo come schizofrenia sviluppato da Gilles Deleuze e Felix Guattari e reinterpretato da Rosi Braidotti. Il capitalismo è caratterizzato da "un paradosso schizoide dato dal consumismo compulsivo della cultura di massa (...), che fa del detto 'Compro quindi sono' il ritornello dei nostri tempi" (Braidotti, 2006: 13). La p.s. soffre di un paradosso schizoide radicato nella sua vita lavorativa divisa tra il suo ruolo di professore a contratto preso una università italiana e quello di cameriera in un bar. Questo fatto deterritorializza la sua identità e svuota, in qualche modo, il significato di entrambi i lavori.

Rosi Braidotti, Trasposizioni - Sull'etica nomade, trad. a cura di Anna Maria Crispino (Roma: Sossella, 2008).

giovedì 3 maggio 2012

international workers' day


International Workers' Day [Festa dei lavoratori]

- Oggi è il primo maggio, festa dei lavoratori!
- Non lavorerò!
- Mia cara, basta con queste insensatezze, è ora di andare al lavoro!

martedì 10 aprile 2012

la produzione del sapere vivo


Gigi Roggero, La produzione del sapere vivo – Crisi dell’università e trasformazione del lavoro tra le due sponde dell’Atlantico (Verona: ombre corte, 2009).

L’università è in crisi, l’università sta morendo. Sulla base di questi presupposti il libro di Roggero si presenta come una lucida analisi della situazione universitaria italiana e statunitense con proposte di rottura e cambiamento che sono già in parte in atto.

Sondare la crisi del sistema università non deve sembrare una scelta elitaria, bensì oculata e mordace in quanto “l’università può (…) essere paradigmatica come concetto e spazio della crisi”. Se le riforme o pseudo-riforme del sistema hanno portato a quella che viene definita come aziendalizzazione, ossia a quel processo di cambiamenti che portano a considerare la sede della produzione del sapere come un’azienda, questo stesso processo ha di conseguenza condotto molti studiosi a considerare un parallelismo interessante e potenzialmente sovversivo fra università e fabbrica. Alla base di questi cambiamenti vi è la necessità tutta capitalistica di arrivare a misurare qualcosa che, in realtà, non è misurabile, ossia il sapere.

Lo studio di Roggero è particolarmente interessante in quanto mette a confronto due realtà universitarie quali quella italiana e statunitense, laddove la prima è vittima del “peculiare compromesso tra la burocrazia centrale e l’autogoverno delle lobby accademiche”, mentre la seconda non è regolata da nessuna “autorità nazionale” e si può quindi più facilmente adattare ai cambiamenti e innovazioni.

Per quanto riguarda l’Italia, secondo Roggero il sistema universitario che si conosceva è sparito ed ha lasciato il posto a delle macerie che rischiano di portare il tutto all’autodistruzione. La figura dello studente in questo scenario è pure cambiata con una progressiva precarizzazione assieme alla mancanza di un fertile rapporto fra formazione e lavoro.

In questi interstizi si colloca il concetto di ‘sapere vivo’, filo conduttore del testo che l’autore definisce come “la nuova qualità della forza lavoro cognitiva e, se si vuole, le inedite determinazioni della tradizionale contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione”.

giovedì 16 giugno 2011

il termine 'precarietà'

Alcuni giorni fa alla Giornata Nazionale per l'Innovazione, il Ministro per l'Innovazione, Renato Brunetta, è letteralmente corso via quando una lavoratrice che aveva chiesto di interloquire con lui, si è presentata come rappresentante di una rete di precari (qui il video dell'evento). Correndo via, Brunetta ha esclamato:"questa è la peggiore Italia", caricando ancora di più di significato il suo gesto.

In questa sede non è mia intenzione soffermarmi sulla questione precarietà-istituzioni, quanto sul potere ormai assunto dal termine stesso 'precarietà'. Laura Fantone sottolinea:

E' importante (...) illustrare come il termine precarietà sia cambiato nel tempo, al punto che è, di fatto, divenuto divertente, addirittura trendy e forse troppo difficile da usare oggi. Negli anni Novanta era usato in senso sprezzante per identificare i supplenti della scuola. Nel settore pubblico il termine era sempre considerato negativo, dato che sottintendeva la mancanza del vantaggio importante di una vita sicura. (...) Una progressiva diffusione del termine precario ha gradualmente eroso lo stigma ad esso associato. Alla fine degli anni Novanta gli attivisti politici l'hanno reclamato nel tentativo di sollevare le coscienze e il dissenso riguardo all'aumento dei contratti a tempo determinato. L'utilizzo della parola precario è divenuto comune ed è stato usato con crescente orgoglio dall'anno 2000.
(Fantone, 2007)

Grazie al lavoro (concettuale, di pratica politica e di attivismo) dei movimenti, il termine precarietà è oggi un termine di forte impatto che non si può più ignorare. E' divenuto quasi simbolico di una lotta trasversale fra colori politici, età anagrafiche e strati sociali. Tornando quindi a Brunetta, il suo gesto di rifiuto assoluto al dialogo tradisce l'imbarazzo e l'incapacità di una certa politica di affrontare i problemi legati a questa parola, problemi creati da un sistema asservito al capitalismo liberista e globalizzatosi in modo selvaggio. La barriera eretta dal Ministro non durerà a lungo e, come dimostrano le proteste in Italia, in Spagna e in altre parti d'Europa e anche le rivoluzioni nel mondo arabo, presto dovrà fare i conti con il disagio crescente e quasi insopportabile della gente comune, disagio che il termine precarietà incarna in modo prepotente e liberatorio...

lunedì 30 maggio 2011

the boiling point


the boiling point [il punto di ebollizione]

- Ti rendi conto che le revoluzioni nel mondo arabo sono state in parte nutrite da studenti e giovani?
- E allora?
- Be', e noi? Dovremmo emulare il loro coraggio e combattere per i nostri diritti come lavoratori della conoscenza, non pensi?
- Vedi, mia cara, il problema in Italia è che non abbiamo ancora raggiunto il punto di ebollizione!