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mercoledì 18 maggio 2016

Aspirina, La rivista acetilsatirica

È online l'ultimo numero di Aspirina, La rivista acetilsatirica. Presente anche una mia striscia della studiosa precaria. Qui sotto la vignetta di Vilnius.


domenica 14 febbraio 2016

Striscia per ARTeD - Associazione dei Ricercatori a Tempo Determinato

 











ARTeD mi ha chiesto di disegnare una striscia sulla Legge di stabilità 2016 e sulle sue pecche per quanto concerne l'ambito della ricerca. Ringrazio molto l'Associazione per la collaborazione. Qui il link alla pagina sulla quale è stata pubblicata.

martedì 21 luglio 2015

DWF - A tratti femminista. Il (di)segno delle donne

L'ultimo numero della storica rivista femminista DWF (Donna Woman Femme) è dedicato alle donne che disegnano, il titolo recita "A tratti femminista. Il (di)segno delle donne" e fra le miriade di splendide matite c'è anche la p.s.!

Questo numero di DWF vuole liberare tutte quelle mani che non hanno mai osato disegnare perché si diceva loro che non erano capaci. - See more at: http://www.dwf.it/dwf-105-106-a-tratti-femminista-il-disegno-delle-donne-2015-1-2/#sthash.9cZzhPEq.dpuf
Questo numero di DWF vuole liberare tutte quelle mani che non hanno mai osato disegnare perché si diceva loro che non erano capaci. - See more at: http://www.dwf.it/dwf-105-106-a-tratti-femminista-il-disegno-delle-donne-2015-1-2/#sthash.9cZzhPEq.dpuf

venerdì 27 marzo 2015

Aspirina al Museo della Satira e della Caricatura di Forte dei Marmi

Una mostra che raccoglie il meglio della rivista storica cartacea e della sua versione online. 
La p.s. ci sarà!!

11 Aprile – 7 Giugno 2015
Inaugurazione sabato 11 Aprile alle ore 18
Museo della Satira e della Caricatura
Villa Bertelli
Via Mazzini 200 | Forte dei Marmi

La mostra, a cura del Museo della Satira, raccoglie oltre 100 strisce e vignette di Aspirina dall’edizione cartacea degli anni Ottanta a quella online.
http://www.aspirinalarivista.it/mostra-antologica-di-aspirina/


sabato 7 febbraio 2015

Per amore o per forza - Cristina Morini

Questa recensione è apparsa per la prima volta su Leggere Donna, n. 153, 2011.

Cristina Morini, Per amore o per forza - Femminilizzazione del lavoro e biopolitiche del corpo, Verona, ombre corte, 2010.

 Quattro donnine di carta si tengono per mano sulla copertina del libro di Morini, un saggio fondamentale per capire come la precarietà abbia trasformato la vita delle donne e degli uomini e come da essa si possa iniziare ad uscire. Come sottolinea Judith Ravel nell'introduzione, la ricchezza del libro sta nella sua "dimensione d'inchiesta", che permette una visione radicata nella realtà odierna.
Queste donnine di carta sono paradigmatiche in quanto rappresentano una specie di paradigma della condizione lavorativa attuale, delle donne ma anche degli uomini. Infatti con il termine stesso di 'femminilizzazione', come ci dice l'autrice, "si intende non solo l'espansione quantitativa delle donne sul mercato del lavoro, ma anche la messa in produzione dell'attitudine alla relazione e alla cura, storicamente più marcate tra le donne, addestrate per secoli nel ruolo riproduttivo". Per esempio i lavori nei call centre richiedono quella predisposizione all'altro che culturalmente le donne sono educate a sviluppare, ma nei call centre non lavorano solo donne. Agli uomini è quindi richiesto di sviluppare quelle 'qualità' che un tempo venivano relegate alle donne. Il mercato del lavoro si sta trasformando e si sta attualizzando quello che Morini definisce come "un processo di soggettivazione del lavoro".


Lo studio si snoda su cinque capitoli, ognuno dei quali indaga un aspetto della questione. Nel primo si tratta della precarietà, di come essa abbia spazzato via ogni punto di riferimento e di come porti il soggetto a sperimentare un senso costante di transizione. Alla luce di questo discorso, Morini indaga inoltre i limiti del pensiero della differenza sessuale italiano, che ha forse impedito ad un certo femminismo di rapportarsi con questa realtà cangiante delle donne, "penso (…) che il problema principale, per le donne, sia quello di osservare i meccanismi del potere, nel tempo e nella storia". E ancora, "non è forse venuto il tempo che il femminismo si occupi anche dell'ordine sociale?" La precarietà ridisegna continuamente i contorni del sé, mentre il pensiero della differenza, così come è stato rielaborato, sembra risieda in una dimensione atemporale e per questo non è in grado di leggere e trasformare adeguatamente la realtà. 


Il secondo capitolo ha a che fare con la femminilizzazione vera e propria del lavoro nell'ambito del capitalismo cognitivo. Si tratta di uno scarto sostanziale, che porta ad un'inedita forma di schiavitù in concomitanza con "lo smantellamento progressivo dello stato sociale". Ecco che quindi "il nostro agire complessivo diventa, sempre più vistosamente, un lavoro produttivo", per cui il tempo di lavoro e il tempo di non lavoro non sono più distinguibili come nel passato e il lavoro entra prepotentemente a far parte della nostra vita a tutti gli effetti. Una possibile soluzione a questa empasse potrebbe essere, oltre ad una riattivazione del welfare, il reddito di sussistenza, "forma minima di riequilibrio economico di tutto ciò che ci viene chiesto di spendere, quotidianamente, sul mercato del lavoro attuale".


Il terzo capitolo affronta la questione corpo, una questione che da tempo sta al centro degli studi femministi e delle scienze sociali. A questo proposito Morini individua una tensione fra l'apparire e l'essere, non tanto nel senso classico del termine, ma quanto nel senso di dover, al giorno d'oggi, interpretare un ruolo, "divenire personaggio tutti e sempre". La relazione fra corpi e precarietà, fra produzione e identità muta secondo nuovi dettami ed i corpi, in particolare, entrano a pieno titolo a far parte della "dimensione produttiva". Di conseguenza la questione legata all'erotismo e alla sessualità diviene strategica per il mercato e porta alla quasi dissoluzione dei ruoli di prostituta o non prostituta. Il corpo si fa merce e il biocapitalismo trasforma la vita stessa delle persone e, in particolare, delle donne. Costola fondamentale di questo discorso è il lavoro di cura non retribuito, un lavoro che appartiene alle donne da secoli e che resta in qualche modo la chiave di volta della situazione. 


Il quarto capitolo indaga il rapporto alterato con il tempo, con la costatazione che gli orari di lavoro sono in crescita e la qualità stessa del lavoro si è trasformata e a iniziato ad includere la sfera emozionale: "il lavoro emozionale coinvolge moltissimi settori, tutti quelli che hanno come obiettivo la produzione non di beni materiali ma di benessere". L'ultimo capitolo svela il trucco attuato dal capitalismo e dalla femminilizzazione del lavoro: se un tempo ci si batteva per portare più donne al lavoro, ora il lavoro delle donne, come il lavoro di cura e il lavoro domestico, sono divenuti quasi dei paradigmi per il biocapitalismo, "il modello della cura diviene allora una strategia di governo della complessità (...). (...) si assiste alla generalizzazione del codice della cura, la cui sintassi può uscire dalle case e proporsi al mondo".

domenica 15 giugno 2014

Il mondo deve sapere

Michela Murgia, Il mondo deve sapere, Milano, ISBN, (e.o. 2006) 2010.

Nato come blog, questo testo è presto divenuto un cult, in quanto uno dei primi a rivelare ciò che si cela dietro e dentro i call centre, luoghi esemplari (su questo aspetto ci sarebbe da approfondire, ma per ora non lo faccio) del lavoro postfordista, ossia di quel lavoro che caratterizza la società odierna e che, a differenza di quello fordista, fatto di una divisione abbastanza netta fra tempo di lavoro e di non lavoro, oltre che di un contratto nazionale che garantiva dei diritti, scardina e mescola la divisione di cui sopra e azzera la questione dei diritti con contratti che fanno acqua da tutte le parti. È scritto benissimo e con ironia al vetriolo.

È un testo autobiografico dove la protagonista dal nome fittizio di Camilla racconta la sua vita all'interno del call centre della Kirby, un'azienda statunitense che promuove la vendita porta a porta di un aspirapolvere supertecnologico. Vi sono le telefoniste (tutte rigorosametne donne) che devono convincere le casalinghe a prendere un appuntamento in modo che gli addetti (quasi tutti uomini) alla vendita possano mostrare di persona l'aggeggio. L'organizzazione funziona secondo regole di marketing estremizzato e surreale dove riunioni motivazionali vengono affiancate da un training che insegna come parlare, "mai porre una frase in modo negativo. La parola no non deve mai comparire in nessuna delle sue varianti", a sorridere (perché al di là della cornetta si vede e si sente se uno sorride oppure no) e a gestire ogni tipo di obiezione: "quando la signora espone un suo dubbio o problema, dichiarate esplicitamente di condividerlo, perché vivere le stesse situazioni avvicina le persone e la signora deve vedere in voi un'amica che la capisce".

Ricalcando il blog, il libro è composto da brevi articoli titolati in modo significativo e sempre, sempre con un sarcasmo azzeccatissimo. I nomi dei personaggi rendono perfettamente l'atmosfera, BillGheiz è il capo, Hermann l'addetta alla supervisione delle telefoniste, gli Shark gli addetti alla vendita e così via. Agghiacciante è la descrizione di come venga fatta pressione sulle telefoniste per far aumentare la loro produttività: si esalta la più brava non tanto per ripagarla del lavoro fatto, quanto per far sentire le altre delle persone insignificanti e per licenziare quelle che proprio non riescono a migliorare il loro rendimento, "a nessuno di questi cosiddetti perdenti viene dato modo di salutare i colleghi, per timore che abbiano a svelare le loro demotivanti motivazioni al gregge delle 'persone di successo'. Così spariscono venditori e spariscono telefoniste". 

Come sottolinea Murgia stessa in questo video, il contratto a progetto permette la "manipolazione delle relazioni" e la possibilità di ricattare i lavoratori senza che essi possano ribattere, cosa che avviene anche in professioni considerate 'più nobili' come quella dei giornalisti. Da questo libro è stato tratto il film di Paolo Virzì, Tutta la vita davanti, di cui parlerò in un altro pezzo.


giovedì 1 maggio 2014

numeri 4 e 5 di Aspirina

Continuano le avventure della p.s. sulla rivista aspirina. Qui il link al numero invernale. E qui il link all'ultimo numero, il 5, quello di primavera!!!

http://www.zonelibere.net/images/zonelibere/aspirina_satira_femminista.jpg

mercoledì 20 novembre 2013

Dance, myth and precarity: two lectures at the University of Camerino (Macerata)



Dance, Myth and Precarity: Two lectures at the University of Camerino

On November 26th I will deliver two lectures at the School of Architecture and Design "Eduardo Vittoria" in Ascoli Piceno (detached branch of the University of Camerino) at the undergraduate course in Industrial and Enviromental Design taught by professor Marta Magagnini, course dedicated to the theme of myth. That is why, as a dance historian (yes, I am also a dance historian) I will talk about the relationship between dance and myth in Martha Graham's "Errand into the Maze" (here the link to my dance history blog in Italian and here the one in English) and, as a self-taught cartoonist, I will talk about my strip, the p.s..

Danza, mito e precarietà: due lezioni presso l'Università di Camerino

Il 26 novembre sarò presso la scuola di architettura e design "Eduardo Vittoria" di Ascoli Piceno (sede distaccata dell'Università di Camerino) a tenere due lezioni all'interno del corso di laurea in disegno industriale e ambientale tenuto dalla professoressa Marta Magagnini, corso dedicato al tema del mito. Per questo, in qualità di storica della danza (sì, sono anche una storica della danza), parlerò del rapporto fra danza e mito nel lavoro di Martha Graham con l'analisi della coreografia "Errand into the Maze" (qui il mio blog di storia della danza in italiano e qui quello in inglese) e, in qualità di fumettista autodidatta, parlerò della p.s..

martedì 29 ottobre 2013

numero 3 di Aspirina!

E' uscito il numero 3 di Aspirina!!! Si parla di lavoro, precarietà, poliamore, Paestum e molto altro!


e ci sono ben due strisce della p.s. questa volta! Qui il link alla rivista!

venerdì 23 agosto 2013

the p.s. su Aspirina


Sul numero 2, estate 2013, della rivista online Aspirina, è stata pubblicata una delle mie strisce sulla p.s., qui il link alla rivista.

giovedì 21 febbraio 2013

mappe della precarietà, vol II


Nel volume II di Mappe della precarietà è stato pubblicato un mio saggio sulla p.s. dal titolo "The p.s. (la studiosa precaria): raccontare la precarietà della ricerca attraverso una stricia a fumetti". Qui la presentazione del testo.

martedì 10 aprile 2012

la produzione del sapere vivo


Gigi Roggero, La produzione del sapere vivo – Crisi dell’università e trasformazione del lavoro tra le due sponde dell’Atlantico (Verona: ombre corte, 2009).

L’università è in crisi, l’università sta morendo. Sulla base di questi presupposti il libro di Roggero si presenta come una lucida analisi della situazione universitaria italiana e statunitense con proposte di rottura e cambiamento che sono già in parte in atto.

Sondare la crisi del sistema università non deve sembrare una scelta elitaria, bensì oculata e mordace in quanto “l’università può (…) essere paradigmatica come concetto e spazio della crisi”. Se le riforme o pseudo-riforme del sistema hanno portato a quella che viene definita come aziendalizzazione, ossia a quel processo di cambiamenti che portano a considerare la sede della produzione del sapere come un’azienda, questo stesso processo ha di conseguenza condotto molti studiosi a considerare un parallelismo interessante e potenzialmente sovversivo fra università e fabbrica. Alla base di questi cambiamenti vi è la necessità tutta capitalistica di arrivare a misurare qualcosa che, in realtà, non è misurabile, ossia il sapere.

Lo studio di Roggero è particolarmente interessante in quanto mette a confronto due realtà universitarie quali quella italiana e statunitense, laddove la prima è vittima del “peculiare compromesso tra la burocrazia centrale e l’autogoverno delle lobby accademiche”, mentre la seconda non è regolata da nessuna “autorità nazionale” e si può quindi più facilmente adattare ai cambiamenti e innovazioni.

Per quanto riguarda l’Italia, secondo Roggero il sistema universitario che si conosceva è sparito ed ha lasciato il posto a delle macerie che rischiano di portare il tutto all’autodistruzione. La figura dello studente in questo scenario è pure cambiata con una progressiva precarizzazione assieme alla mancanza di un fertile rapporto fra formazione e lavoro.

In questi interstizi si colloca il concetto di ‘sapere vivo’, filo conduttore del testo che l’autore definisce come “la nuova qualità della forza lavoro cognitiva e, se si vuole, le inedite determinazioni della tradizionale contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione”.

giovedì 16 giugno 2011

il termine 'precarietà'

Alcuni giorni fa alla Giornata Nazionale per l'Innovazione, il Ministro per l'Innovazione, Renato Brunetta, è letteralmente corso via quando una lavoratrice che aveva chiesto di interloquire con lui, si è presentata come rappresentante di una rete di precari (qui il video dell'evento). Correndo via, Brunetta ha esclamato:"questa è la peggiore Italia", caricando ancora di più di significato il suo gesto.

In questa sede non è mia intenzione soffermarmi sulla questione precarietà-istituzioni, quanto sul potere ormai assunto dal termine stesso 'precarietà'. Laura Fantone sottolinea:

E' importante (...) illustrare come il termine precarietà sia cambiato nel tempo, al punto che è, di fatto, divenuto divertente, addirittura trendy e forse troppo difficile da usare oggi. Negli anni Novanta era usato in senso sprezzante per identificare i supplenti della scuola. Nel settore pubblico il termine era sempre considerato negativo, dato che sottintendeva la mancanza del vantaggio importante di una vita sicura. (...) Una progressiva diffusione del termine precario ha gradualmente eroso lo stigma ad esso associato. Alla fine degli anni Novanta gli attivisti politici l'hanno reclamato nel tentativo di sollevare le coscienze e il dissenso riguardo all'aumento dei contratti a tempo determinato. L'utilizzo della parola precario è divenuto comune ed è stato usato con crescente orgoglio dall'anno 2000.
(Fantone, 2007)

Grazie al lavoro (concettuale, di pratica politica e di attivismo) dei movimenti, il termine precarietà è oggi un termine di forte impatto che non si può più ignorare. E' divenuto quasi simbolico di una lotta trasversale fra colori politici, età anagrafiche e strati sociali. Tornando quindi a Brunetta, il suo gesto di rifiuto assoluto al dialogo tradisce l'imbarazzo e l'incapacità di una certa politica di affrontare i problemi legati a questa parola, problemi creati da un sistema asservito al capitalismo liberista e globalizzatosi in modo selvaggio. La barriera eretta dal Ministro non durerà a lungo e, come dimostrano le proteste in Italia, in Spagna e in altre parti d'Europa e anche le rivoluzioni nel mondo arabo, presto dovrà fare i conti con il disagio crescente e quasi insopportabile della gente comune, disagio che il termine precarietà incarna in modo prepotente e liberatorio...

sabato 11 dicembre 2010

busy...

I am still very busy with the final phase of my research, which is coming to an end. Will be back soon!

Sono molto occupata con la fase finale della mia ricerca, che sta arrivando alla fine. Tornerò presto!

domenica 25 luglio 2010

very busy (molto occupata)

I have been very busy in the last three or four months, but I am ready to come back with new strips and other projects concerning the p.s..

Sono stata molto occupata negli ultimi tre o quattro mesi, ma sono pronta a tornare con nuove strisce e altri progetti riguardanti la p.s..

domenica 4 aprile 2010

the p.s. on the sdhs newsletter

My mini-essay, "The p.s. (precarious scholar): using the concept of precarity as a creative tool", has been published on the Society of Dance History Scholars (SDHS) Newsletter, Conversations Across the Field of Dance Studies - Dancing Economies, vol. XXIX, 2009, pp. 14-17.

martedì 16 marzo 2010

temporarily suspended

The p.s. strip has been temporarily suspended for a few months due to my lack of time in my precarious 'real' life. I am going to post some new strips as soon as I can.

La striscia della p.s. è stata temporaneamente sospesa a causa della mancanza di tempo della mia precaria vita reale. Pubblicherò nuove strisce appena possibile.

giovedì 24 dicembre 2009

ricerca e precarietà (recensione)

Questo l'inizio della recensione della Giornata Nazionale del Ricercatore Scientifico (9 e 10 ottobre 2009), recensione che ho scritto per il blog la poesia e lo spirito; al link sotto l'articolo intero dopo il pezzo di Renata Morresi:

Ricerca e precarietà, precarietà e ricerca
di Rosella Simonari

Ricerca e precarietà, precarietà e ricerca. E’ come un mantra questo binomio, un mantra per niente salvifico ma piuttosto amaro e apocalittico, per riprendere il termine utilizzato da Maria Luisa Fagiani alla Giornata Nazionale del Ricercatore Scientifico, una due giorni organizzata a Rende (Cosenza) dai Precari Invisibili dell’Università della Calabria in collaborazione con il Coordinamento dei Precari della Ricerca dell’Università di Catania.

leggi tutto

martedì 8 dicembre 2009

chi di lettera ferisce

Riporto qui di seguito la lettera di risposta dei ricercatori precari alla lettera di Pier Luigi Celli, pubblicata su Repubblica, qui il link alla lettera di Celli.

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Fuggire o resistere. Quando l’alternativa si presenta anche ai figli delle attuali classi dirigenti, vuol dire che la misura è smisurata, che il vaso ha tracimato, che la precarietà è visibile persino dalla cima della torre d’avorio.
Ma l’alternativa non si pone ai ventenni di quel tipo, che hanno l’exit strategy dell’estero e partono da una solida rete di relazioni intessute anche nelle università private. Il vicolo cieco è invece davanti alle migliaia di precari, nell’università come nel lavoro, trentenni e quarantenni, che hanno già iniziato a costruire il proprio progetto di vita in questa Italia decadente, priva di qualsiasi strategia di superamento della crisi e idea di futuro.
Per questi figli di un dio minore le opzioni non sono molte. Prendiamo una tipica lavoratrice della conoscenza: 36 anni, ricercatrice precaria, due monografie e 15 articoli sul curriculum, un figlio e un compagno. Si barcamena tra una docenza a contratto e l’altra: quando gli va bene il suo “protettore” gli trova un assegno di ricerca biennale (somma sicurezza), quando gli va male i suoi genitori aumentano l’integrazione del suo reddito mensile da 300 a 500 euro. Nel suo dipartimento è sicuramente la “giovane” più promettente, in più è così gentile da sobbarcarsi tutti quei lavori che gli altri non vogliono fare (redazione della rivista di dipartimento, compilazione dei bandi, sostituzioni a lezione e ricevimento studenti, ecc.). Il “suo” concorso non è stato ancora bandito, ma a detta di tutti arriverà presto, è solo questione di sfortuna se l’ordinario appena andato in pensione ha indicato come sua ultima volontà l’inserimento in ruolo del proprio pupillo. Quella volta in realtà la nostra ricercatrice aveva anche commesso uno sgarbo (veniale): si era presentata, costringendo la commissione a voli pindarici per la (s)valutazione dei suoi contributi.
Le sue scelte, come dicevamo, non sono molte. Berkeley? Columbia? MIT? Potrebbe provare, certo, anche con qualche possibilità. Ma poi Giulio chi lo sente con il bimbo e tutto il resto? Potrebbe cambiare lavoro, in fondo ha il più alto grado d’istruzione possibile. In realtà dovrebbe tagliare pezzi del suo curriculum per non sembrare over-qualified, e buttare 10 anni di precariato universitario per un lavoretto a 800 euro. Potrebbe infine tenere duro, raccontandosi ogni giorno la favola della temporaneità della sua condizione.
Questa eroina dei nostri tempi magri, questa figura produttiva ma nascosta, quest’anima fedele non certo al suo valvassore ma al suo lavoro e al suo progetto di vita, è questa la figura nella quale ci riconosciamo. Il lamento del padre del giovane di belle speranze, frustrate da un sistema di raccomandazioni e clientele che egli stesso e la sua generazione (politica e accademica) hanno contribuito a determinare e contribuiscono a mantenere, cortesemente, lo respingiamo al mittente. Non ne facciamo una questione privata, ma uno specchio per la dimensione pubblica. Il merito astratto, scientificamente calcolato, che si sostanzia nella capacità di immagazzinare dati (il povero figlio, a detta del padre, ha studiato 12 ore al giorno negli ultimi 5 anni), nella bulimia da nozioni, nella capacità di rispondere a comando a una domanda, non è solo un “merito di pulcinella”, è anche un merito inutile al paese, alla società, allo stesso mercato del lavoro.
La nostra figura di riferimento rimane la ricercatrice di cui sopra, che rappresenta la parte più innovativa e produttiva del paese, e sulle cui spalle si regge gran parte dell’università italiana e non solo. È lei la nostra moderna Cipputi. E come il buon vecchio Cipputi ha un’ultima scelta: quella di lottare e rivendicare continuità di reddito e diritti.

Rete ricercatori precari Bologna
Coordinamento precari della Ricerca Catania
Coordinamento nazionale ricercatori precari FLC-CGIL

mercoledì 18 novembre 2009

ministra gelmini in tv

La ministra Gelmini è stata ospite di due recenti trasmissioni televisive, Otto e mezzo (29-10-09) e Matrix (13-11-09). Interessante notare che in nessuna delle due occasioni vi è stato un discorso pressante sulla precarietà nell'ambito universitario. Anzi in entrambe le trasmissioni quasi non è stato presente il contraddittorio. Qui la puntata di Otto e mezzo condotto da Lilli Gruber. Qui (scorrere fino a 1:11) il faccia a faccia fra la ministra e il conduttore di Matrix Alessio Vinci.